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La direzione dei lavori nei cantieri di restauro: il mio pensiero PDF Stampa E-mail

Giovedì 11 novembre -presso la Stazione Leopolda si è svolto un breve dibattito dal titolo  - E' giusto che la direzione dei lavori di un cantiere di restauro venga svolto da uno storico dell’arte?

Moderatore: Muriel  Vervat  restauratrice tele e tavole.

Si, è giusto: Giorgio Bonsanti. E' stato Direttore dellaGalleria Estense di Modena, dei musei dell'Accademia, di San Marco e delleCappelle Medicee, a Firenze. E' stato Soprintendente dell'Opificio delle PietreDure e docente alle Università di Torino e Firenze.
No, non è giusto: Guido Botticelli, restauratore. Docente alla Scuola di Restauro dell'Opificio delle Pietre Dure per il settoredipinti murali dal 1977 al 1988 e ad oggi libero professionista.Il punto di vista del chimico: Lorenzo Appolonia, Chimico della Soprintendenza per i Beni Culturalidella Valle d'Aosta.

di seguito potete leggere il mio pensiero..........

Il dibattito verte sulla figura del “direttore deilavori” nel campo del restauro delle opere d’arte e sul perché questo ruolo,  generalmente rivestito dallo storico dell’arte – se si esclude eventualmente il restauro architettonico - non possa essere invece affidato al restauratore.

Prima di iniziare la discussione, tuttavia, sarebbe bene domandarsi quali siano i compiti del direttore dei lavori e quali competenze specifiche debba  avere colui che riveste questo ruolo istituzionale.

Vorrei inoltre anticipare una personale convinzione: è opportuno operare una netta separazione tra storico dell’arte e restauratore? Ossia: dal momento che il restauro moderno ha ormai assunto un carattere pluridisciplinare, non sarebbe più opportuno che la direzione fosse affidata non ad una singola persona, ma ad almeno due professionalità– chiamiamoli pure direttore artistico e direttore tecnico - in rappresentanza delle diverse, ma paritarie professionalità?

Ma andiamo con ordine.

Il Direttore dei lavori nel campo del restauro delle opere d’arte dovrebbe un individuo, quindi, poliedrico, multidisciplinare, ma, ahimè è spesso difficile incontrare personaggi con tutti questi pregi. Dovrebbe infatti essere una figura di alto profilo professionale: esperto di storia dell’arte ma anche, e soprattutto, delle tecniche artistiche e dei materiali; buon conoscitore della storia del restauro e delle principali metodologie di intervento; preparato quanto basta anche in materie scientifiche, come la chimica, in modo da aver la capacità di dialogare e confrontarsi congli altri operatori del settore. 

Un individuo, quindi,poliedrico,multidisciplinare,ma,ahimè,irreale : è raro, purtroppotrovare uno storico dell’arte che abbia maturato tutte queste competenze. …….

La preparazione umanistica dello storico dell’arte non può contemplare anche quegli aspetti fisici e chimici che sono la sostanza stessa dell’opera di restauro e, quindi, se si eccettuano alcune realtà locali, come, ad esempio,  quella fiorentina  -   dove la cultura della conservazione ha radici ormai molto profonde e dove la pratica continua ha portato alla formazione di veri e propri specialisti del settore  - escluse quindi alcune realtà privilegiate,  il “direttore dei lavori” è una figura professionale che spesso presenta molte carenze in quella che dovrebbe essere la sua formazione ideale.

Mi permetto in questa sede di esprimere opinioni -  che a qualcuno potranno sembrare un po’ “forti” –  del resto, siamo in sede di dibattito e un po’ di polemica non guasta.  Ma le mie convinzioni in proposito sono il risultato di cinquant’anni di attività nel mondo del restauro e quindi delle mie esperienze dirette sul campo.

Come restauratore mi sono imbattuto in un’infinità di “direttori di lavoro” ottimi storici dell’arte, ma senza la minima conoscenza del restauro. Personaggi di questo tipo se capitano nelle mani di restauratori con bassa etica professionale, ma con ampia dialettica, possono causare danni considerevoli. Del resto basta andare in giro per l’Italia a vedere alcuni restauri (e ce ne sono tanti, anche recenti) eseguiti senza criterio, senza programmazione e con scelte estetiche e metodologiche troppo spesso discutibili. La responsabilità di tutto ciò non può e non deve essere attribuita solo al restauratore, ma anche a chi queste scelte propone o approva, legittimando l’ intervento.

Non nutro migliori speranze per quanto riguarda i giovani laureandi in “beni culturali” il cui profilo professionale, a mio avviso, richiederebbe un approfondimento in altra sede. Sebbene il loro piano di studi preveda una preparazione anche sugli aspetti fisici e chimici dell’opera d’arte e dei materiali di restauro - cose non contemplate nella formazione umanistica propria degli storici dell’arte TRADIZIONALI-  come docente ho tuttavia avuto modo di notare che spesso viene impartita loro una conoscenza piuttosto superficiale di tuttele principali materie, senza essere veri specialisti in nessuna di esse: né storici dell’arte, né restauratori, né chimici: figure ibride il cui profilo professionale stenta a trovare una idonea collocazione.

L’unico modo per lo storico dell’arte di acquisire una adeguata competenza nel restauro è quindi l’esperienza sul campo.

Ed a questo proposito ci sono esempi illustri che hanno fattola storia del restauro del ‘900. Mi riferisco, limitandomi ancora all’ambito fiorentino, a personalità come quella del Procacci e, soprattutto, di Baldini,che ho avuto modo di conoscere profondamente in tanti anni di amicizia e collaborazione. Baldini lavorava con noi restauratori in un rapporto reciproco di dare e avere.

Nonostante fosse il “professore” – e mi sono sempre rivolto a lui con questo appellativo - aveva l’umiltà di imparare da noi tecnici, facendo domande, chiedendo consigli, seguendo il nostro lavoro non per controllare, ma per capire, consapevole del fatto che solo il restauratore ha una conoscenza profonda della materia: conoscenza che non si acquisisce sui libri, ma deriva dal contatto diretto, quotidiano, quasi intimo, con l’opera d’arte.

Quel rapporto fra restauratore e storico dell’arte non era costituito da una netta separazione dei ruoli, ma da una stretta collaborazione, dal confronto diretto, nel riconoscimento reciproco dell’importanza della preparazione culturale dello storico dell’arte,  e dell’altissima dignità della professione del restauratore.

Solo così il lavoro è proficuo e i risultati ottimi.

Ma è pur vero che quello fiorentino è un caso eccezionale. Ad esclusione di Firenze, Roma, e di poche altre realtà locali, più o meno piccole, trovo che altrove manchi una vera cultura del restauro, almeno di quello istituzionale, e quindi manchino le occasioni per una corretta formazione dei funzionari preposti alla conservazione.

Passiamo adesso alla figura del restauratore, che, a mio avviso, è più complessa ed articolata di quella dello storico dell’arte. A lui, infatti, oltre all’analisi della tecnica di esecuzione e dello stato di conservazione dell’opera, è demandato il coordinamento e l’interpretazione dei dati forniti sia dai consulenti scientifici che storico - artistici, al fine di elaborare la metodologia di intervento più idonea. Sebbene il restauro sia ormai costantemente affiancato e coadiuvato da un valido supporto scientifico,che collabora alla ricerca delle tecniche e dei materiali compatibili all'operad'arte, è anche vero che non sempre le analisi e le indagini diagnostiche sono in grado di fornirci soluzioni definitive ed esaurienti: l'opera d'arte subisce nel tempo modificazioni chimiche e fisiche non sempre chiaramente individuabili e che possono essere “interpretate” solo da chi abbia una esperienza ed una pratica continua sulla materia. Per questo motivo il restauratore si propone sempre più come una figura di alto livello professionale e multidisciplinare capace di dialogare e di confrontarsi con le professionalità con cui collabora e che sono di supporto alla sua operatività.

Ma, anche in questo caso, quanti restauratori possono vantare tali requisiti e ritenersi veramente all’altezza del loro compito? Pongo un tale quesito a discapito della mia stessa categoria, ma - non me ne vogliano i colleghi – c’è bisogno di una certa onestà intellettuale poiché il nostro lavoro, preposto alla conservazione e alla trasmissione di beni unici, irripetibili che appartengono alla collettività, ha  finalità non solo pratiche, ma anche etiche.   Il problema principale che riguarda la nostra professione risiede non tanto nell’inesperienza – anche il restauratore, naturalmente, come lo storico, si forma prima di tutto sul campo – quanto alla mancanza di una disciplina unitaria relativa alla formazione degli operatori del settore, privi ancora di un’identità precisa, e, di conseguenza, all’estrema disomogeneità del loro livello di preparazione.

I restauratori che hanno frequentato l’Opificio delle PietreDure o la Scuola dell’Istituto Centrale di Roma sono ancora troppo pochi rispetto alla mole del lavoro da svolgere, mentre la maggior parte proviene da scuole private e corsi di formazione che, per loro natura, non possono offrire valide esperienze di cantiere, essenziali per la formazione dell’operatore. Nonostante l’importanza delle conoscenze teoriche, scientifiche e storiche, per un restauratore rimane fondamentale la preparazione artigianale, che dovrebbe essere recuperata nei limiti del possibile tramite l’esperienza del cantiere-scuola per formare individui capaci di operare con grande professionalità, sensibilità, rispetto per l’opera d’arte, e coscienza critica.

Ma non è detto, del resto, che un buon curriculum scolastico basti a fare un buon restauratore.

Per concludere, quindi, a chi devono essere affidate le decisioni finali dell’intervento? Chi si assume le responsabilità della scelte metodologiche adottate e, di conseguenza, del restauro? A mio avviso le caratteristiche del direttore dei lavori non possono essere riassunte in un’unica persona, in quanto ogni figura professionale ha le sue specificità, come è giusto che sia.  Del resto, non credo nemmeno che la direzione possa essere affidata alla totalità di coloro che partecipano, ciascuno con la propria competenza, alle operazione di restauro: storici, restauratori, chimici, fisici, biologi, geologi ecc.

Come già accennato all’inizio del mio intervento, personalmente auspicherei che la direzione dei lavori fosse affidata sia allo storico dell’arte che al restauratore (anche se, naturalmente, non a quello a cui è stato appaltato il lavoro): il primo come direttore artistico, legato maggiormente a quegli aspetti che riguardano le scelte per la presentazione estetica dell’opera, la sua fruizione da parte del pubblico, la sua ricontestualizzazione dopo il restauro; il secondo come direttore tecnico, esperto cioè dei materiali e delle metodologie che permettono il restauro sia conservativoche estetico del manufatto. Tutti aspetti del restauro che, tendo a precisare, sono inscindibili tra loro e interdipendenti. Il direttore tecnico inoltre, dovrebbe avere anche la forza e la sensibilità di porsi in maniera critica nei confronti della ditta che svolge il lavoro denunciando eventuali anomalie e collaborando a mettere a punto le operazioni.

Riassumendo, si tratterebbe quindi di un connubio nel qualele due professionalità si esprimono in maniera paritetica, senza rapporti disubordinazione, fondendo le proprie specifiche competenze in una unità di intenti e d’azione.

L’importante è che le persone scelte per questo compito siano persone capaci, e con questo termine intendo professionisti di comprovata esperienza sul campo, scelti su tutto il territorio nazionale -  a prescindere dalle responsabilità che legano in genere un funzionario ad un determinato ambito territoriale - in base allaloro specializzazione: è logico che il restauro di una pittura murale è diverso da quello di una pittura su tavola o di un’opera di oreficeria, di un’arma antica, di un’architettura ecc; ogni tipologia di manufatto richiede degli specialisti che siano di supporto alla soprintendenza locale e alla ditta a cui è stato appaltato l’intervento. 

 
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