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Castelfiorentino (FI) - Chiesa di Santa Verdiana: i dipinti murali PDF Stampa E-mail

  

Tecnica e Restauro

Nell'ambito della scuola di restauro dell'O.P.D. è oramai tradi­zione organizzare annualmente un cantiere di restauro in cui si riprodu­cono le condizioni normali del nostro lavoro, quelle in cui gli studenti andranno ad operare una volta diplomati.

Nell'estate 1983, dopo aver ottenuto l'approvazione dei vari organi competenti, questa esperienza di lavoro è stata organizzata nella cittadina di Castelfiorentino in Prov. di Firenze, e in particolare nella Chiesa di S. Verdiana.

I dipinti murali presi in esame, rappresentanti scene della vita e dei miracoli della Santa, furono eseguiti nel XVIII sec. da un gruppo di artisti che hanno dato vita a delle opere che bene si armonizzano nella totalità del loro insieme compatendo nella tecnica della pittura a bianco di calce.

La tecnica condotta che viene comunemente indicata come « mezzo fresco » era entrata in uso alla fine del XVI sec. quando il « buon fresco » aveva iniziato a perdere il suo rigore metodologico iniziale.

Questa modificazione operativa si era sviluppata alla luce della nuova concezione che prediligeva le composizioni di grande formato e proponeva opere libere nello spazio, ricacciando l'idea del quadro per così dire limitato, incorniciato e spazialmente schematizzato.

Non potevano artisti ricchi di iniziativa, di immaginazione e di fan­tasia sottostare alla ferrea disciplina di un metodo, che pure essendo usato da grandi artisti in precedenza non lascia libertà di esecuzione esigendo un veloce svolgimento del lavoro.

Questo era particolarmente vero per gli artisti di questo periodo che peraltro dovevano sottostare all'allora nascente legge del mercato: la maggior produzione al minimo costo e nel minor tempo.

La tecnica del mezzo fresco soddisfaceva a questo insieme di esigenze permettendo all'artista di lavorare anche su di un intonaco pit­torico non del tutto fresco e quindi molto più rapidamente e senza interruzioni.

Occorre precisare però che non si andava mai ad operare totalmente a « secco », proprio perchè, per la sua lenta capacità di cessione del­l'umidità, la malta rimaneva bagnata relativamente a lungo.

Il fatto però dì operare su di una malta con percentuali di umi­dità minore portava ad una combinazione colore malta solo parziale il che, in alcuni casi, poteva essere la causa di una rapida rovina del­l'opera; per questo motivo nel « mezzo fresco » i colori invece che nella comune acqua venivano combinati con dell'idrossido di calcio che assumeva, di conseguenza, la funzione di un legante. Questo asciugando all'aria si trasformava in carbonato di calcio fis­sando i colori al supporto murario con un effetto simile all'affresco dif­ferenziandosi perciò da i dipinti a tempera su muro.

In questa operazione l'idrossìdo di calcio sostituiva quello presente nell'intonaco pittorico già in parte carbonatato prima della stesura del colore.

Le pitture murali della Chiesa in questione furono eseguite pro­prio con questa tecnica. Inizialmente venne edificato l'insieme della costruzione architetto­nica e degli stucchi, mentre le zone da dipingere furono ricoperte dal solo arriccio, che creava una superficie estremamente scabrosa; su que­sta l'artista a volte trasponeva il proprio disegno per potersi rendere conto degli spazi e della composizione d'insieme.

Questo modo di operare non era però eseguito secondo una regola fissa, ma variava da artista ad artista: si riscontrano infatti diversi modi di riportare il disegno, attraverso la sinopia, il cartone, l'incisione fino al disegno diretto sull'intonaco pittorico.

Lo stesso artista procedeva con la stesura di grosse porzioni di superficie di intonaco, stesura che a volte si estendeva a tutta la zona da dipingere. L'esecuzione della pittura poteva avvenire poi in più gior­nate di lavoro; infatti qui molto raramente le commettiture dell'into­naco che si riscontrano corrispondono in realtà alle « giornate ».

L'intonaco pittorico era poi trattato con un particolare pialletto che lo lasciava ruvido in confronto a quello che normalmente sì riscontra su affreschi condotti a buon fresco.

Doveva rappresentare infatti « l'arriccio » per la pennellata di co­lore che risultava particolarmente corposa e che quindi, sovrapponendosi ad altre, formava un grosso spessore di pigmento. Occorre tener presente che mentre i colori chiari venivano stemperati da grosse quantità di idrossido di calcio, i più scuri erano molto meno combinati. Globalmente questo portava ad ottenere un elevato aspetto cristallino e quindi ad una maggiore resistenza dei colori chiari rispetto ai colori scuri. In ogni modo questo tipo di pittura così come il "buon fresco" risultava estremamente resistente in interni e là dove non si sono prodotte cause di degrado come infiltrazioni di umidità dall'alto o di risalita. Questa umidità viene maggiormente assorbita dai colori poveri di legante degradandoli, fino a renderli polverulenti; in quegli chiari invece porta ad un aumneto del volume per dilatazione e, conseguentemente, ad una rotura dello spessore del pigmento, che dà vita a delle vere e proprie esfoliazioni del film pittorico..... (tratto da: Miscellanea Sorica della Valdelsa, Anno, XCIV (nn. 1-2), 1988)

 
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